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Cultura

Perché dovremmo prenderci cura delle piante

6 Gennaio 2020
diverse piante da interno

Da un po’ di tempo mi sono convinto, spesso riflettendo tra me e una birra artigianale, complici le esperienze vissute con gli psichedelici, che non siamo ancora in grado di riconoscere le piante per quello che realmente sono e rappresentano. Lo stesso dicasi per tutto il mondo dei vegetali, che da millenni fornisce continuo sostentamento all’uomo.

Mi rendo conto di come questo sia un discorso da anzianotti, da pensionati che hanno le piantine in giardino e passano il pomeriggio guardando i lavori nei cantieri, quindi il rischio di annoiare gli amici è alto. Tuttavia l’ambiente urbano in cui siamo immersi non facilita la comprensione di un fenomeno le cui evidenze potrebbero aiutarci ad affrontare problemi attuali legati all’ambiente.

La prossima volta che passeggi per strada fai caso a quante piante ti circondano. Il nostro occhio si è abituato alla loro presenza e alla loro potenza: un esempio su tutti sarebbe notare la forza dei vegetali nell’arrivare a incrinare il cemento e il bitume delle carreggiate per far espandere le radici. Gli alberi sono quindi vivi, anche se sembrano eternamente fermi.

Il tempo rende immobili

Tra i motivi principali di questa ostinata incomprensione è sicuramente la natura temporale di tutto st’affare. Sappiamo che la vita media degli esseri viventi varia in modo notevole da specie a specie: un uomo vive circa ottant’anni, una farfalla meno di due mesi, una tartaruga gigante più di cento. In apparenza non dovrebbe quindi essere troppo difficile riconoscere l’esistenza di scale temporali del tutto differenti dalla nostra. Eppure non è così. Le piante ci sembrano immobili, quasi dei minerali. Se il flusso degli eventi dà origine a una scala temporale tanto lenta da non poter essere percepita ai nostri occhi, allora questa finisce per non avere senso.

Oggi basta una rapida ricerca su Internet per imbattersi nel video di un fiore che sboccia o di un germoglio che cresce. La visione di questi filmati ci stupisce, ci rende edotti sull’esistenza dei movimenti nelle piante ma non riesce a scalfire la nostra incrollabile convinzione, in gran parte istintiva, che queste creature siano più vicini al regno minerale che alla vita animale.

Le nostre conoscenze sulla struttura dell’universo o sulla composizione della materia sono tutte mediate da strumenti terribilmente complicati. Ma a chi verrebbe mai in mente di negare la complessità della struttura atomica, anche se e quanto di più lontano dalla nostra percezione sensibile? In questo naturalmente l’educazione è una grande importanza. Allora perché nulla del genere avviene per le piante?

Il rapporto di dipendenza

Il nostro rapporto con le piante è di dipendenza assoluta, primordiale, ricorda un po’ quello del bambino con il genitore. Durante la crescita, soprattutto l’adolescente attraversa una fase di completa negazione della dipendenza dalle figure genitoriali, che serve per affrancarsi e conquistare la propria autonomia psicologica in attesa di ottenere quella reale, che arriverà molti anni dopo. Non è completamente da escludere che anche nel nostro rapporto con le piante sia entrato in gioco un meccanismo simile.

Non piace a nessuno dipendere da qualcun altro. La dipendenza coincide sempre con una posizione di debolezza, di vulnerabilità, che in genere non ci fa piacere ricordare. Detestiamo coloro dai quali dipendiamo perché non ci fanno sentire del tutto liberi. Insomma, siamo a tal punto dipendenti dalle piante che facciamo di tutto per dimenticarlo. Forse non ci piace ricordare che la nostra stessa sopravvivenza è legata al mondo vegetale, perché questo ci fa sentire deboli. Altro che dominatori del mondo. L’assunto è in forse provocatorio, ma utile per chiarire il rapporto di forza che intercorre tra noi e il regno vegetale.

Prendersi cura delle piante e degli alberti

Se domani le piante dovessero scomparire dalla terra, la vita dell’uomo durerebbe poche settimane forse qualche mese, non di più. In pochissimo tempo le forme animali di vita superiore scomparirebbero dal pianeta. Se al contrario a scomparire dovessimo essere noi, nel giro di pochi anni le piante riprenderebbero possesso di tutto il territorio in precedenza sottratto all’ambito naturale e, in poco più di un secolo, ogni segno della nostra millenaria civiltà sarebbe coperto dal verde.

Per usare una metafora, si può dire che in biologia siamo ancora in un periodo che potremmo definire aristotelico tolemaico. Prima della rivoluzione copernicana si riteneva che la Terra fosse al centro dell’universo e che tutti i corpi celesti orbitassero attorno: una visione totalmente antropocentrica che Galileo riuscì a fatica sovvertire e che avuto bisogno di secoli prima di scomparire del tutto dal nostro sentire comune. Ecco, potremmo dire che la biologia si trova più o meno in una situazione pre-copernicana. Vi impera la credenza che l’uomo sia l’essere vivente più importante che esiste e che tutto ruoti attorno a lui: egli si impone sugli altri ed è quindi l’assoluto dominos della natura.

Non c’è bisogno necessariamente di una Greta Thumberg per capire come tutte le nostre azioni umane siano connesse, messe a punto su una Terra abitata esclusivamente da un mondo vegetale sconosciuto. Un mondo verde che dovremmo curare oltre la visione della piantina di appartamento (che pur merita il suo rispetto).

Peace

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