seduto sul divano pensare

Alcuni mesi fa sono tornato dal mio psicoterapeuta. Lui si chiama Alberto, è innanzitutto una persona di cui mi fido, quando non è impegnato a fumarsi pacchetti di sigarette riesco a condividere con lui molte osservazioni. Credo sia istintivo: una volta che ci troviamo di fronte ad un terapeuta, proiettiamo inconsapevolmente su di lui la figura di un mentore: nostro padre, un guru spirituale, un totem. Quando vado da lui, ho a disposizione del tempo per capire meglio i valori in cui credo e le emozioni umane che mi traghettano da una sponda all’altra. Finisce l’ora, lo pago e lo saluto cordialmente.

Sarei potuto andare a prostitute o comprare un po’ di droga a buon mercato. Sì, avrei potuto, ma quella volta ho preferito non “distrarmi” dai problemi e affrontare il casino lì fuori in maniera diversa. Andai da Alberto perché avevo pausa di compiere alcune semplici azioni, come chiedere un permesso dal lavoro e invitare una ragazza ad uscire.

Paura delle conseguenze

Feci esordio alla seduta dicendo che concordavo, dal punto di vista teorico, con la sua visione zen della vita. Egli affermava, infatti, che il mondo fosse un luogo fatto di cambiamenti e trasformazioni continue. Per questo motivo, perché c’è bisogno di stare sempre in ansia? “Giusto, concordo”, dissi, “ma come mai all’atto pratico, in alcune situazioni, riaffiorano tutte le mie paure che mi portano a reagire nei modi più strambi?”. Siamo tutti bravi a parlare, poi quando abbiamo il mostro davanti ai nostri occhi, col cazzo che ragioniamo.

“Ho paura delle conseguenze delle mie scelte”. Dato che sperimento questa fottutissima paura di ciò che potrebbe accadere in futuro, percorro la strada più semplice: non scelgo. Tutto sommato, così facendo, non rischio. Per esempio non dò appuntamento a una ragazza, mi proietto nel futuro pensando a cosa potrebbe succedere. “Mi sputa in faccia? Se ne va? Sparla di me con tutte le amiche? Mi prende in giro? Aiuto.”

Se ci pensi parliamo di azioni tutto sommato semplici: digitare un messaggio alla ragazza ed invitarla ad uscire con te. Stop. Occorrono all’incirca 10 secondi. Ma questo semplice gesto porta con sé tutto un carico di paure. Se non ci sentiamo totalmente OK con noi stessi difficilmente faremo queste cose con serenità. E così accadeva che non uscivo con nessuna ragazza ma mandavo qualche messaggio solo per mantenere un contatto. E così accadeva che mi ritrovavo di fronte al terapeuta per capire di che pasta fosse fatto il mio cuore.

Il coraggio di essere rifiutati

Qual è l’ostacolo che dovevo superare in realtà? Era la possibilità di un rifiuto.

Alberto mi disse “fai finta che io in questo momento sia Anna” (il nome della ragazza che avrei dovuto invitare), “invitami a uscire”. Ed io così feci, alimentando un po’ la mia immaginazione, ovviamente. Lui rifiutò la mia proposta e poi mi chiese “Come ti senti?”

Aio, come cazzo mi sentivo? Svalutato e ferito. Queste le prime parole che mi vennero in mente, in grado di descrivere cosa provavo.

Alla domanda “qualche altra volta ti sei sentito così?” risposi affermativamente. Mi sentivo così’ quando sul posto di lavoro venivo richiamato e criticato. Lo stesso accadeva quando prendevo brutti voti all’università: ricordo che quando era il momento di andare a vedere i risultati degli  esami, proiettavo i brutti voti ricevuti sulle mie capacità effettive. Se il voto del mio compito era 18 allora dentro me stesso dicevo “io valgo 18, i miei colleghi invece valgono 28”. Non mi passava per l’idea che potessi essere un po’ svogliato.

La condensazione e l’educazione

Freud avrebbe detto che questo mio caso si sarebbe potuto descrivere come “condensazione”, ossia ho scambiato la valutazione di un esame per la valutazione di me stesso. Quel “18” preso all’esame sono proprio io (faccina triste in allegato).

Alberto ci tenne a rimarcare come l’educazione, da un punto di vista psicoterapeutico, sia una grande fottitura. Perché, secondo una concezione desueta, l’educazione è “formare l’individuo esattamente sul desiderio degli altri”. Sei “educato” quando fai esattamente quello che gli altri si aspettano che tu faccia. Per esempio vai in visita a casa di tuo zio e tutti si aspettano che tu dica buongiorno e passi a ringraziare tutti avendo premura di chiedere se stanno bene. Imponiamo ai nostri figli questo modello educativo: siate esattamente corretti, precisi, come gli altri si aspettano. “Tutti si aspettavano che doveva laurearsi ma non ce l’ha fatta, scostumato!”

Durante quella seduta compresi, invece, che la vera educazione è un altra cosa. E’ ex ducere, ossia “portare fuori la persona”. Sei educato nel momento in cui sei te stesso. Questo è stato uno dei traguardi “religiosi” della nostra cultura, lo stabilire che sia giusto credere nelle nostre emozioni e nei nostri racconti. Per rendere più facile seguire ciò, esistono modelli che educano al contatto con l’altro: come in una preghiera della Gestalt, io sono io e tu sei tu, io rimango indipendente dalle tue aspettative, questo paradossalmente mi permette di incontrarti.

Fin da piccolo sono cresciuto con questo paradigma: vivere sulle aspettative degli altri. A questo punto, invitando ad uscire Anna, stavo comunicando a me stesso “sarò capace di soddisfare le sue aspettative?”

Ma esistono davvero delle aspettative? Così mi diedi forza e convinsi me stesso che sarei andato in birreria, mi sarei vestito come volevo e avrei detto ad Anna le stronzate che mi sarebbero venute per la mente.

Essere amati e amare

Il paradigma di questa particolare educazione che vede un figlio come proiezione piuttosto che come una pianta porta un po’ di guai. Alberto mi invitò a riflettere su quale fosse la punizione nel caso in cui non avessi soddisfatto le aspettative dei miei genitori. I miei urlavano, talvolta erano maneschi e di conseguenza non mi sentivo amato da loro.

Inutile fare spallucce, lo sappiamo tutti che, soprattutto in tenera età, ogni individuo ha bisogno di dare e ricevere amore. Se io tradivo le aspettative dei miei genitori mi sentivo quindi respinto. Il rifiuto è semanticamente il contrario dell’abbraccio tra due persone.

“Se Anna dovesse dirti di, tu non ti sentiresti amato. Così facendo, tendi ad evitare tutte le situazione affettive. Soprattutto in questo momento della vita, riattivi vecchie ferite”.

A questo punto arriva la proposta del mio padre sostitutivo che si prende parecchi euro all’ora: “E se provassi a cambiare marcia? Invece di stare sul fatto ossessivo dell’essere amato o meno, e quindi riattivare sempre la ferita dei non amati, cambi strada: stai sul fatto che ami“. Cioè, pensare che posso innamorarmi di questa ragazza, stando su quello che sento, non sulla sua risposta. Essere sintonizzati su ciò che sentiamo è l’unica bussola, tuttavia se talvolta il macchinario per l’orientamento è affidato alle altre persone (Mi amerà? Mi accetterà? Soddisferò le sue aspettative?) allora non possiamo realmente seguire la strada e continueremo a farci i tribunali in testa.

Cambio di rotta: siamo noi ad amare

L’affetto che i nostri genitori non hanno saputo darci (o che noi non abbiamo saputo ricevere, qui è indifferente), nessuna altra donna potrà darcelo, neanche un figlio. Che cazzo facciamo allora? Preso per dato di fatto, doloroso, piuttosto che andare a chiedere amore al nostro partner, scopando o innamorandoci ad ogni angolo di strada, o al nostro datore di lavoro, cercando la sua approvazione, facciamo un cambio di rotta: iniziamo noi ad amare.

Quando ero ragazzo dovevo assolvere la funzione del classico ragazzo ben educato. Il prezzo che ho pagato è quello di stare sulla rotta “ciò che gli altri desiderano”. Questa rotta, tuttavia, non mi permette di capire quello che desidero io, è il modo perfetto per mutilare i desideri e anestetizzare le emozioni. L’inversione è marcia è accettare senza condizioni il porto che ospiterà la nostra imbarcazione. Sarà ostile? Sarà benevolo? Non possiamo saperlo. Possiamo però amare, e accettare le conseguenze del nostro amore. Anche se queste parole fanno molto santone televisivo.

“Anna mi interessa, sì”. Gli eventi non posso prevederli però seguo la mia bussola, sto sul mio sentire e sul mio essere (ancora) vivo. senza essere necessariamente fondamentalista musulmano.

Ah, nel caso ti stessi chiedendo com’è andata a finire con Anna: l’ho invitata ma avevo sottovalutato un particolare, era fidanzata. La faccenda, quindi, si complica.

Peace

Leggi gratis contenuti esclusivi

Iscriviti al blog