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Cultura

Le false narrazioni vengono tutte per nuocere?

17 Luglio 2018
Giornale in fiamme la verità e le fake news

L’antica Grecia era una società fondata sulla trasmissione del sapere attraverso l’oralità. Ciò significa che a quei tempi non esisteva la scrittura per tramandare insegnamenti ma occorreva il racconto fatte di “parole” vive per insegnare l’educazione civica, la morale e le regole. Non era proprio una brutta cosa, ad esempio non era arrivato Gramellini sugli scaffali. 

In Grecia, quindi, l’opera di Omero, come i versi dell’Iliade e dell’Odissea, venivano recitati e declamati in contesti pubblici durante celebrazioni e feste che coinvolgevano il popolo con buona partecipazione. La funzione era semplice: per ricordare alcuni concetti è necessario raccontare storie con l’ausilio della reiterazione musicale (ritmo, rime etc.), un po’ come avviene con le filastrocche nei bambini.

La narrazine quindi, anche se finzionale e fondata non su fatti realmente accertati, aveva un’utilità fondamentale. Il racconto vivo formava la cultura di una società, sicuramente molto di più di un pomeriggio a guardare la trasmissione di Giletti.

Le bufale salutari

A questo punto ti pongo una domanda un po’ sovversiva: sei sicuro che tutte le bufale vengano per nuocere? Certamente senza alieni, fantasmi, folklore e credenze magiche saremmo orfani di tutta una serie di capolavori del cinema, dell’arte e della letteratura. Ma se, come dicono alcuni critici, l’arte ci aiuta a rendere significativo il mondo e a esplorarne il senso, allora le storie e i racconti ci portano più vicini a una qualche verità.

Nei bestiari medievali, a fianco ad animali descritti correttamente, si trovavano anche burle naturalistiche come mostri fantastici e qualità impossibili attribuite ad animali reali: si scriveva che il leone non dorme mai. Ciò succedeva non perché nel medioevo non si sapesse osservare gli animali o il loro comportamento, e neanche perché fossero tutti tonti e ubriachi di vino paesano ma perché qualsiasi interesse “etologico” era subordinato al motivo simbolico, ossia mostrare gli animali come allegorie. Il leone, quindi, non dormiva mai perché simboleggiava il Cristo che vegliava su tutti noi.

Gli omini medievali, insomma, cercavano una verità oltre la forma, qualità che oggi vedremmo come poco scientifica, quantomeno che non ne possedeva l’intento descrittivo. Anche ai giorni nostri esistono esempi di menzogne raccontate per arrivare a una verità diversa da quella accessibile dicendo semplicemente il “vero”.

Il museo dell’innocenza ad Istanbul

A Istanbul nel quartiere Çukurcuma si trova una palazzina rossa che ospita un museo particolare: è un museo di una storia d’amore consumata tra il 1976 e il 1984 tra Kemal, un trentenne ricco della Instanbul bene, e Füsun che era una ragazza di estrazione più bassa. Kemal raccolse, in maniera ossessiva per questi otto anni, oggetti legati all’amata, dei feticci che gli potevano ricordare il loro amore: fermacapelli, fazzoletti, ritagli di giornale, spille, fino a una catalogazione davvero maniacale delle 4100 sigarette fumate da Füsun. Un commovente e perenne tributo all’agonia di un amore. 

Eppure Kemal e Füsun non sono mai esistiti! Sono i personaggi di fantasia creati da Orhan Pamuk, premio nobel per la letteratura nel 2006, noto per il suo romanzo Il museo dell’innocenza, proprio come questo museo strambo e fiabesco. 

Aperto nel 2012, questo museo è la versione “concreta” del museo che l’autore racconta nel libro, una trasposizione degli oggetti descritti sulla carta nel mondo reale. Pur nascendo, quindi, come una sorta di gioco di rimandi, in realtà questo museo è particolarmente coinvolgente e, paradossalmente, ci parla della vita a Instabul di quegli anni forse in maniera più intuitiva e toccante di una classica mostra storica.

Il mito e il racconto

Sì, capisco la tua obiezione, sono sempre delle menzoglie, delle mezze bufale, favole ma sono pervase dal mito, un qualcosa di vivo e intangibile come tutto ciò che studia la psicologia. Il linguaggio di queste strane verità sotterranee è essenzialmente una finzione così come lo è il simbolo. Nessuno però si sognerebbe di dire che ‘ste cazzo di storielle non ci parlino di cose esistenti: lo snodo sta nella metafora, nell’allegoria che rendono il messaggio universale. Il museo dell’innocenza è universale perché il suo racconto ti parla di qualcosa che tutti possono capire.

Mito e racconto, questi due elementi rendono questo tipo di menzogne così diverse dalle fake news dei giornali di oggi. Se c’è il mito anche la finzione e la menzoglia possono parlare di noi stessi, possono commuoverci o farci sorridere.

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