Due lego che litigano arrabbiati

Può capitare, nelle nostre avventure con parenti, colleghi di lavoro e capi d’azienda, di aver paura del giudizio altrui. La prendiamo “sul personale” quando ci sgridano e ci muovono critiche, ci sentiamo annichiliti dai rimproveri e dalle valutazioni negative.

Questa bruttissima sensazione di sentirsi umiliati può avere a che fare con i nostri valori? Affonda le radici nell’educazione che abbiamo ricevuto? E se invece, porca di quella puttana, fosse dentro di noi il problema?

Eleanor Roosevelt diceva “Niente e nessuno può farti sentire inferiore, a meno che tu non glielo consenta”. “Bhè sto cazzo!” potrai pensare, facile per lei fare l’attivista col culo parato. Eppure, guardando un po’ più a fondo la faccenda, non aveva tutti i torti.

Non esistono attacchi personali, solo ferite

Abbiamo tutti delle ferite, e il nostro istinto è quello di nasconderle e coprirle. Non preoccuparti, nella società in cui viviamo siamo tutti un po’ stanchi, ammaccati e con paranoie. La realtà moderna in cui viviamo si è affrancata in tempi recenti dalle difficoltà estreme legate per secoli all’uomo, come le carestie, crociate e malattie mortali.

Anni fa avevo come datore di lavoro una persona incredibilmente instabile da un punto di vista emotivo: dalla calma passava ad attacchi verbali, urla, schiamazzi, talvolta anche offese gratuite. La tensione in ufficio si poteva tagliare a fette ed io entravo in un ciclo di ansia manco ci fosse un’esame da superare per ogni cazzo di ora.

L’irrequietezza del mio capo, e il suo scaricare le colpe in maniera violenta, mi procurava tachicardia, ansia, reflusso gastrico, prurito nervoso, e bestemmie a dei pagani. Vista così potrebbe essere un caso da liquidare con facilità: un pezzo di merda che non stimavo affatto perché mi trattava come una merda. Purtroppo la faccenda era meno superficiale.

Sgomberiamo innanzitutto il campo: trovare padroni di lavoro alla Adriano Olivetti è una cosa che rimpiangiamo tutti da almeno sessanta anni, quando c’era l’azienda a Ivrea Olivetti era una fucina di idee, intavolava continui colloqui coi collaboratori, scambi di idee, nel consiglio di amministrazione arrivavano filosofi, fisici. La cultura, il sapere e l’innovazione si respiravano quasi ogni giorno in quella sede.

Per cui direi che possiamo iniziare a vedere le cose come stanno: da quegli uffici di Ivrea impolverati, la storia dei datori di lavoro buoni e bravi ad ascoltare è diventata solo un romanzo di fantasia. Non meravigliarti se ti senti continuamente sotto esame e hai un capo per cui non vai mai bene, almeno in apparenza. Se ti senti disprezzato, umiliato e trattato male forse hai qualcosa da apprendere, di così importante che potrebbe ripercuotersi su tutte le tue relazioni sociali.

Cos’è lo slittamento di giudizio

La realtà è dura: questa cazzo di persona che possiede autorità ai tuoi occhi dolenti, che sia il datore di lavoro o un tuo zio prepotente, è un po’ “come tu la vedi”. Mi spiego: nel corso dell’esistenza cerchiamo disperatamente in queste persone delle figure rassicuranti, un po’ paterne, che possano complimentarsi con noi per essere stati bravi.

I nostri superiori, sul posto di lavoro, rientrano nel vecchio schema di autorità parentale: dato che costoro sono l’autorità allora tu ti metti di fronte loro e sai di valere soltanto se queste autorità ti dicono che sei ok. Se l’autorità ti giudica dicendoti che “non sei ok” allora sei completamente fottuto.

Un po’ come se la stima e il valore di te stesso non dipendesse da come ti giudichi ma quando l’altro ti giudica. Come se la vita lavorativa fosse un perenne esame di cui già sai in partenza che al 99% sarai bocciato.

Lo slittamento di giudizio è, in altre parole, prendere una cosa sul personale: un’aggressione verbale, un rimprovero, un’ordine saccente costituiscono un giudizio su di te come “persona” non come professionista o lavoratore o studente. Pensa se il nuovo allenatore del Barcellona dicesse a Lionel Messi “sei davvero una schiappa in campo”, credi che Messi si sentirebbe urtato da questo giudizio?

Il valore te lo devi dare anche un po’ da solo. Devi comprendere che un giudizio non deve slittare all’interno della tua sfera personale, un giudizio rimane solo un’espressione di un’altra persone che non sei tu. Chi lo sa, magari potrebbe essere un motivo per crescere, per comprendere un errore che hai commesso. Oppure un motivo per alzare il dito medio. Sfortunatamente, non potrai saperlo da subito se la cosa ti coinvolge in maniera emotiva così forte. Potrai reagire serenamente soltanto quando non sarai toccato nel tuo intimo dai giudizi negativi altrui.

Devi darti valore da solo

Il no del tuo superiore, della tua donna o della tua governante, non può distruggerti. Come esseri umani, non possiamo aspettare sempre che qualcuno ci dica chi siamo. Personalmente, la maggior parte delle critiche che ricevo, da un lato entrano e dell’altro escono. Non sono un attacco personale ma solo un giudizio negativo. Se questi giudizi, però, tu li vivi come veri e propri attacchi alla tua persona allora rischi di tornartene ogni volta ucciso e morto a casa.

La svalutazione ti fotte quando tu credi sia sulla tua persona. Ti senti giudicato come essere in carne ed ossa su questo mondo. Ma ti posso assicurare che il 95% delle volte non è mai così. I veri attacchi personali spesso sono sottili, incorniciati da tanti sorrisi o infima ironia.

Pensa a due scenari, primo: un figlio che dice al padre “non so fare questo compito”, il padre risponde “vabbè lascia perdere te lo faccio io”. Secondo scenario: un figlio che dice al padre “non so fare questo compito”, il padre risponde “ok, facciamolo insieme”. Qual è la differenza?

Il primo bambino si sentirà come se non sapesse farlo, come se fosse scemo. E’ esattamente quello che percepisce a livello psicologico: “non sono in grado di superare questa situazione”. Probabilmente nella vita adulta, ogni volta che incontrerà qualcuno che lo giudica, sentirà una vocina dentro di lui che gli dice “non valgo”, e questa vocina ritorna, come una bella peperonata. Persone ferite, ragazzi che studiano ma non vanno a fare gli esami, vanno a fare gli esami ma rimangono muti. Oppure hanno lottato una vita sana per una promozione, per posto di responsabilità, ma quando ci arrivano vanno in depressione, si dimettono, e se ne vanno.

Razionalmente, il giudizio che viene sollevato è sempre sulla “cosa” che fai non sulla “persona”. E’ probabile che sia tu stesso l’artefice dello slittamento, sei tu che dici “io mi sento personalmente squalificato”.

Se qualcuno ti dice sei un ladro disonesto, tu come la prendi? Potrai sentirti umiliato solo se combaci davvero con il profilo di “ladro disonesto”.

Ricorda: nessuno può mai squalificarti personalmente, sei tu che glielo permetti.

Esplora la tua ferita

L’esercizio complesso che devi attuare è scoprire la tua ferita (oltre ai soliti esercizi di consapevolezza).

Da piccolo non trovavo giuste le urla di mio padre nei miei confronti, mi facevano stare male e non mi facevano sentire amato. Forse avevo anche combinato qualche pasticcio, ma tutto sommato cosa poteva essere di tanto grave? La punizione di mio padre era probabilmente eccessiva e io l’ho portata dentro di me per anni, e ogni qualvolta si riprensentava una situazione simile (un capo che urla verso di me) come una molla tornavo alla situazione antica che scopriva la ferita e attuavo meccanismi di difesa non equilibrati, che vanno dal pianto fino alla reazione ribelle violenta.

La memoria umana viene continuamente riscritta. Un ricordo, per quanto ci possa sembrare preciso, viene sempre riscritto negli anni successivi perché c’è maturazione, c’è cultura o perché c’è paura. Talvolta i traumi più brutti vengono nascosti, il ricordo rimane vivo ma è talmente drammatico che viene occultato o edulcorato. Ci portiamo dietro le nostre ferite, come un marchio. Quindi è chiaro che se la prendi sul personale durante talune esperienze, queste ti riporteranno come un’elastico a situazioni del passato mai completamente risolte.

Forse mi darai ragione, sarai concorde con me, ma quando starai nel vivo della situazione la mente non usa tanto tutte queste belle cose che ci siamo detti. Sarà difficile ripetere a te stesso “questo stronzo non ce l’ha con me, non mi sta attaccando personalmente”.

Occorre uno sforzo per capire le cose come stanno senza che una molla ci porti al nostro passato fatto di traumi e situazioni spiacevoli. Le nostre ferite vanno scoperte e indagate. Cosa devi risolvere e quale dolore hai provato a nascondere? Concediti questa riflessione (e se scatta, anche qualche pianto). Se hai fortuna, della ferita rimarrà solo una cicatrice che, però, non farà più male quando la toccherai.

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