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Cultura

La chiave per disintossicarsi dal consumismo

1 Febbraio 2020
folla di gente che compra

Tutti noi possediamo una ferita o un vuoto interiore che, associata all’esigenza di spiritualità, cerchiamo di riempire in vari modi: col fumo, con il sesso, con il cibo, con passatempi vissuti in maniera forsennata come il gioco, la lettura, le serie tv, la pornografia o gli sport estremi.

Se ci trovassimo in qualche secolo prima del 1200 d.C., probabilmente dovremmo fare attenzione a non essere inosservanti delle regole sociali scandite da un senso della vita radicato in una qualche narrazione celestiale. Tuttavia oggi ci troviamo all’interno di un’epoca la cui narrazione principale è cambiata, lo spettro che incombe è la mancanza di un significato a tutta la giostra su cui viviamo. E’ il prezzo da scontare per poter godere dei molteplici vantaggi offerti dal mondo secolarizzato. Ognuno di noi può però ritagliarsi la sua fetta di spiritualità in ciò che più predilige.

Il problemi sorgono quando questa esigenza di significato viene condita con ferite emotive ancestrali (violenza domestica in età di sviluppo o mancanza di cura parentale). Il consumismo rientra tra le tante dipendenze, probabilmente è meno grave di altre in quanto non arreca evidenti danni fisici. Non è da sottovalutare, gli acquisti forsennati ci prosciugano le finanze e, in taluni casi, mandano completamente a rotoli relazioni e matrimoni.

La giacca del principe Carlo

L’antidoto al consumo senza fine e sconsiderato non sta nel purificarci dalle cose che possediamo, ma piuttosto nel ridefinire del tutto il nostro rapporto con le cose.

Diversi anni fa a Londra, una giornalista ha incontrato il Principe Carlo a un evento. Il giorno dopo riportò in un articolo due osservazioni: la prima riguardava il modo in cui il Principe di Galles indicava: usando due dita, indice e medio. In secondo luogo, il vestito di Carlo aveva segni visibili di rammendo. Su Google difficilmente si riesce a trovare il modo in cui Carlo indica mentre invece è ben documentata la sua propensione a indossare giacche con vistosi rattoppi.

L’anno scorso la giornalista Marion Hume ha scoperto, presso il sarto della sua città, una scatola di cartone contenente più di 30 anni di ritagli e stoffe avanzate da vestiti del Principe che, in un’intervista, affermò: “ho sempre cercato di mantenere in vita vestiti e scarpe il più a lungo possibile nel tempo, attraverso toppe e riparazioni. In questo modo, tendo ad andare di moda una volta ogni 25 anni”.

E’ davvero interessate la filosofia sartoriale di Carlo. Il Principe proviene da una tradizione di ammirevole frugalità: la regina riutilizza la carta da regalo, ripara sempre prima di sostituire, indossa i suoi abiti fino a quando non si consumano. Chi lo avrebbe detto che l’antidoto al consumismo, adatto ai nostri tempi sempre più usa e getta, provenisse dalla famiglia reale?

Affogando tra le cose

La maggior parte dei consumatori moderni non sono così intraprendenti: un cittadino medio compra almeno trenta nuovi capi d’abbigliamento all’anno. Molti sono destinati alla discarica, il 70% dopo poco non vengono più utilizzati. Secondo uno studio inglese, l’articolo medio di abbigliamento femminile viene indossato sette volte prima di essere scartato.

La nostra cultura del consumo si estende ben oltre l’abbigliamento. Oggi spendiamo circa il doppio rispetto a 25 anni fa. Sostituiamo i nostri smartphone ogni due anni. Cambiano i televisori come spazzolini da denti. Compriamo le cineserie più sponsorizzate perché “tanto costano poco”. Lo shopping non è solo comodo, è inevitabile.

Non sorprende che stiamo affogando tra le cose. Le discariche sono stracolme. La Cina ha smesso di prendere gran parte degli oggetti per il riciclo. L’Africa ha incominciato a rifiutare l’abbigliamento usato e il Pacific trash vortex è grande quanto l’Algeria. Ralph Waldo Emerson è quanto mai attuale, scrisse infatti “sono le cose a comandare e a cavalcare l’umanità”.

Siamo sempre più alla disperata ricerca di una via d’uscita. Per molti, la salvezza è arrivata con Marie Kondo, autrice di best seller sul modo di riordinare e scartare ciò che non serve. Il metodo della Kondo è incentrato su un famoso punto di domanda: “Questo cazzo di oggetto suscita gioia in me? Se non lo è, è da scartare” (cazzo l’ho aggiunto io). Altri hanno trovato ispirazione attraverso figure come Leo Babauta, Dave Bruno e Tammy Strobel, scrittori che si dichiarano minimalisti e che possiedono rispettivamente 50, 100 e 72 oggetti.

Queste ideologie alternative riflettono entrambe una stessa verità di fondo: tutte queste dannate cose non ci rendono felici. Il minimalismo che predicano è semplice, la Kondo promette un rapporto più appagante con le cose. Eppure la sua visione sembra estrema e poco pratica.

Quando il principe Carlo apre il suo armadio, di certo non si chiede se il suo bel doppiopetto lo faccia scintillare di gioia. Si chiede invece “questo bel doppiopetto soddisfa il mio bisogno di oggi, che è quello di indossare un bel doppiopetto mentre indico i miei sudditi con due dita?”. È una domanda profondamente semplice, il cui spirito è andato completamente perso. Nel porsi questa domanda, il principe afferma la sua posizione di improbabile campione di una virtù dimenticata: l’accontentarsi.

Accontentarsi è la chiave

L’accontentarsi è una filosofia profondamente pragmatica. Significa porre alle nostre cose l’unica domanda che dovremmo mai porre loro: “Caro mio oggetto, riuscirai a soddisfare il compito che hai previsto per me?”. La risposta, se possiamo essere onesti e resistere al momentaneo disagio, è molto spesso sì. Accontentarsi vuol dire domare il riflesso di scartare, sostituire o aggiornare quel che abbiamo. Si tratta di usare bene ciò che possediamo, e di usarlo fino ad esaurirlo.

A differenza della dipendenza da eroina, la dipendenza dalle cose, conosciuta comunemente come consumismo sfrenato, si può interrompere con facilità e senza troppe ripercussioni o bestemmie: basta accontentarsi e convertire quei soldi in più in esperienze sociali.

La settimana scorsa ho fatto volontariato presso una mensa dei poveri. Ho preparato un tè caldo e ho lasciato sul tavolo una confezione di zucchero. La maggior parte delle persone utilizzava almeno 6-7 cucchiaini di zucchero per ogni bicchiere. Dato che sono un po’ paranoico sul cibo e non mi piace usare porcherie industriali, la volta successiva ho agito in maniera diversa: ho preparato il tè e l’ho zuccherato direttamente in caraffa. Il risultato mi ha sorpreso: le persone non si sono affatto lamentate del poco dolce.

Accontentarsi, in tempi di scarsità, è semplice: se la nostra razione settimanale di zucchero è di 200 grammi, allora ce la caviamo. Nel contesto dell’abbondanza, è complicato. Come possiamo porre dei limiti quando tutto è così facilmente raggiungibile?

Se la tanto carina Kondo si diletta a scartare roba, accontentarsi è una valida alternativa. E’ un po’ come dire “ammetto che probabilmente non avrei dovuto comprarlo”. Invece di ringraziare i nostri oggetti in uscita per il loro scarso servizio, possiamo semplicemente ammonire noi stessi per essere stati un po’ cazzoni e un po’ sconsiderati. Si può sempre donare a persone bisognose ciò che realmente non ci serve.

La sfida è vincere tutte le forze avverse della natura umana. Come prodotti dell’evoluzione, siamo predisposti a cercare la novità, la varietà e l’eccesso. Per me accontentarmi è un’aspirazione anche se non sempre ci riesco. Ci sono riuscito, tuttavia, con la mia tv: la mia azienda ha da poco sostituito la TV della sala riunioni; ho portato a casa lo scarto e ho regalato la vecchia a un amico. È stata una piccola ma significativa vittoria, soprattutto per gli elettrodomestici, che tendono a visitare brevemente le nostre case durante il tragitto verso la discarica.

Meno oggetti, più rapporti sociali

Ho appreso che posso regalare, o regalarmi, esperienze di vita e non oggetti. Una versione più aggiornata dello smartphone non è meglio di un’avventura che permette di conoscere nuove persone ed entrare in contatto con luoghi inesplorati. Sia chiaro, non sto dicendo di andare a prostitute.

Il grosso della spesa superflua è senz’altro occupato dai capi d’abbigliamento. Molti marchi di moda attirano i clienti con la promessa di essere essenziali e duraturi. Lo fanno anche gli orologi di lusso: “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce e si tramanda”. Vado meglio io, che ho pagato il mio bellissimo Casio 15 euro e ancora si mantiene figo dopo dieci anni.

Accontentarsi significa anche evitare prodotti che non vale la pena di riparare. Man mano che diventiamo sempre più costernati dal nostro consumo illimitato, le alternative positive iniziano a spuntare ovunque finendo, purtroppo spesso, non per diventare consumo alternativo ma consumo aggiuntivo. Facendo continua ricerca del meno e del meglio finiamo per avere di più. L’usa e getta è sicuramente un problema di progettazione, ma è anche un problema psicologico. Accontentarsi ha certamente una portata sociale, ma è prima di tutto un progetto profondamente personale.

Nelle pagine dei suoi libri, Marie Kondo fa questa affermazione: “non riesco a pensare a una felicità più grande nella vita se non quella di essere circondata solo dalle cose che amo”. È una frase potente ma riflette anche lo squallido riflesso di come il nostro umore possa essere traghettato dagli oggetti piuttosto che dal senso di appartenenza, di comunità, di valori.

Passare del tempo con la famiglia e gli amici, leggere bei libri, fare lunghi pasti, fare pipì guardando il mare. Sappiamo bene come ci siamo esperienze appagamenti, che coinvolgono rapporti sociali, in grado di arginare paranoie e dipendenze, eppure viviamo in un’epidemia di solitudine senza precedenti: amicizie sui social, cultura attraverso Netflix e occhioni illuminati quando compriamo su Amazon. Siamo isolati e senza palpitazioni. Senza rendercene conto facciamo acquisti su acquisti, riempiendo i nostri carrelli quando in realtà vorremmo solo riempire le nostre vite.

Laurie Santos, docente di psicologia dell’Università di Yale, dice spesso: “Le nostre intuizioni su cosa fare per essere felici sono sbagliate”. Questa semplice verità è il cuore dell’accontentarsi, che ci ricorda con forza che le nostre cose non ci renderanno mai felici. Le nostre cose sono una parte sana, normale, inevitabile della vita, ma, in fin dei conti, sono solo cose. Dovremmo chiedere loro solo ciò che possono darci, non l’amore o la gioia, forse raramente un senso connessione. Questo non garantisce la felicità, ma chiarisce il nostro percorso e mette realmente le cose al loro posto.

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