persona esperienza psichedelica con fungo

Disteso su un letto dell’ospedale Hammersmith di Londra dopo aver ingerito capsule contenenti psilocibina, il principio attivo dei funghi magici, un programmatore di nome Robin non aveva idea di cosa sarebbe successo. Cittadino di 56 anni della contea di Durham, Robin aveva combattuto la depressione per trent’anni e aveva provato a curarla, purtroppo senza successo, con psicoterapia e farmaci antidepressivi. La morte di sua madre a causa di un cancro, seguita dal suicidio di un suo amico, lo aveva lasciato in uno stadio critico della depressione.

Un giorno vide spuntare nel suo giardino alcuni piccoli funghi, non sapeva se fossero commestibili o della tipologia “allucinogena”. La sua curiosità lo spinse a cercare online utilizzando le parole “funghi” e “allucinogeni”, imbattendosi così in una sperimentazione medica pionieristica all’Imperial College di Londra.

Con la musica in sottofondo e circondato da candele e fiori nella sala clinica dell’istituto, Robin aspettò con ansia che il principio attivo entrasse in azione. Dopo cinquanta minuti vide luci brillanti che conducevano in lontananza e intraprese un viaggio di cinque ore nella sua mente, dove visse nuovamente una serie di ricordi d’infanzia, affrontando il suo dolore. Per i successivi tre mesi, i suoi sintomi depressivi erano diminuiti. Si sentiva ottimista e accettava maggiormente la realtà, godendosi passatempi che prima lo facevano sentire apatico, come camminare per la campagna dello Yorkshire e scattare foto della natura.

“Sono diventato una persona diversa” affermava Robin. “Non vedevo l’ora di vestirmi, entrare nel mondo esterno, vedere la gente. Ero estremamente fiducioso, più simile a quando ero più giovane, prima che la depressione mi facesse sprofondare”.

Rinascimento psichedelico

Nel caso fosse sfuggito, la ricerca sugli psichedelici oggi sta vivendo una specie di rinascimento. Gli ultimi studi su sostanze che alterano la coscienza quali LSD, MDMA, e la psilocibina dei funghi magici (al momento tutte vietate per legge in molte nazioni), hanno mostrato un potenziale notevole per l’uso terapeutico.

Tali composti, secondo nuove sperimentazioni, possano aiutare a ridurre i rischi di tendenze suicide, ad affrontare le perdite, a superare la dipendenza da sostanze e ad alleviare le dolorose cefalee a grappolo.

Anni fa venne pubblicato un articolo sulla rivista “Psychopharmacology”, aveva un titolo insolito per essere un testo scientifico: “La psilocibina può dar luogo a esperienze di tipo mistico con un significato personale e una portata spirituale importanti e prolungati”.

Trenta volontari, che in precedenza non avevano mai fatto uso di psichedelici, avevano ricevuto una pillola contenente o psilocibina sintetica o un placebo attivo (il principio attivo di Ritalin) per far loro credere d’aver assunto lo psichedelico. Poi, assistiti per tutto il tempo da due terapeuti, si sono sdraiati su un divano con una mascherina sugli occhi e musica in cuffia. Dopo circa trenta minuti nella mente di chi aveva assunto la psilocibina cominciarono ad accadere cose straordinarie.

Lo studio dimostrava che dosi elevate di psilocibina potevano essere usate in condizioni di sicurezza e dar luogo regolarmente a un’esperienza mistica, descritta in genere come “dissoluzione dell’ego” seguita da un senso di fusione con la natura o con l’universo.

Quello che era più straordinario è che i partecipanti consideravano l’esperienza con la psilocibina tra le più significative della propria vita, paragonabile “alla nascita di un primo figlio o alla morte di un genitore”. Due terzi dei partecipanti collocarono la seduta tra le cinque “esperienze spiritualmente più significative” della loro vita. Un terzo riteneva che si trattasse della più significativa di tali esperienze.

Il rinascimento, oggi in corso, della ricerca sugli psichedelici cominciò probabilmente dopo la pubblicazione di quell’articolo. Ciò che colpisce, in tutta questa linea di ricerca clinica, è la premessa secondo cui il fattore chiave che induce un cambiamento nella mente forse non è, di per se stesso, l’effetto farmacologico della sostanza, ma il tipo di esperienza mentale cui essa dà luogo, che comporta la temporanea dissoluzione dell’ego.

La carne degli dèi

La scienza e la letteratura ci suggeriscono che esperienze di questo tipo possono essere rilevatrici in termini di significato che noi diamo all’esistenza: concetti legati alla morte, all’amore, alla nascita. Un punto chiave è comprendere che gli psichedelici non sono droghe da discoteca o da festa. Sono incredibili sostanze che andrebbero trattate con rispetto, esattamente come hanno fatto i nostri antenati appartenenti a culture antiche di migliaia di anni fa.

La psilocibina, per esempio, circola da migliaia di anni, benché nel mondo sviluppato nessuno ne fosse a conoscenza. Non è prodotta da un chimico, come nel caso dell’LSD, ma da piccoli funghi poco appariscenti. Questi simpatici funghetti furono usati per centinaia, forse migliaia di anni, come sacramento dalle popolazioni indigene del Messico e dell’America centrale. Dopo la conquista spagnola, l’uso del fungo sacro, che gli Aztechi chiamavano teonanácatl, ovvero “carne degli dèi”, venne brutalmente represso dalla chiesa cattolica, e quindi spinto nella clandestinità.

Quasi tutte le culture fanno o hanno fatto uso di piante e funghi per alterare la coscienza all’interno di rituali ben precisi, talvolta uniti a cerimonie atte a rafforzare l’unione tribale mettendo tutti i partecipanti in contatto con la divinità attraverso la funzione introspettiva caratteristica dei viaggi psichedelici. Ciò che potrebbe sorprendere qualcuno è notare come queste sostanze non venissero mai assunte in maniera indipendente o in una stanza solitaria.

Probabilmente anche per questi motivi storici, quando si “somministrano” funghi magici in cliniche mediche, per esempio durante le cure sperimentali contro la depressione, il paziente viene lungamente preparato all’esperienza attraverso una serie di specialisti e terapeuti.

L’importanza del “set and setting”

Timothy Leary, l’uomo che ha diffuso per il mondo la conoscenza dell’LSD, aveva due parole per descrivere il modo giusto di apprestarsi a fare un viaggio psichedelico: preparazione e contesto (“set and setting”). Ossia, il tuo atteggiamento mentale, o l’aspettativa, che immetti nel l’esperienza ed il contesto fisico in cui essa ha luogo. Leary affermava che, mettendo insieme con cura questi due elementi, con la consapevolezza di aver assunto la dose giusta, si avrà con ogni probabilità un buon viaggio senza tanti drammi. Aggiungeva, inoltre, che sarebbe ottima cosa avere il controllo sull’ambiente in cui ti trovi. Quindi meglio trovarsi in un luogo in cui non c’è molta gente, con persone che conosci bene.

Rispetto ad altre sostanze, è raro che gli psichedelici producano due volte lo stesso effetto sulla stessa persona, giacché tendono ad amplificare qualsiasi cosa sia già in atto all’interno e all’esterno della sua testa.

Queste sostanze obbligano chi li usa ad affrontare i propri problemi, per quanto profondi e oscuri essi siano. E’ probabile quindi che tu possa sperimentare un viaggio pieno di ansia e paranoia in caso tu le assumessi in un periodo difficile. Se hai precedentemente sofferto di disturbi mentali, come schizofrenia, è sconsigliato fare trip di questo tipo, almeno senza un rigoroso supporto medico e psicologico.

Tra i suggerimenti imprescindibili che ricorrono di frequente tra gli aficionados dei viaggi psichedelici, ricorre spesso l’avere una persona fidata e sobria come assistente. Viene chiamato “trip sitter”, alcuni sostengono sia fondamentale anche per l’esperienza in quanto elemento di grande aiuto. Una persona fidata, che possibilmente conosca già le sostanze, saprà gestire la situazione in modo intelligente, come una guida, interagendo con le persone o semplicemente ascoltando e condividendo le migliori vibrazioni. Ovviamente, è sempre meglio avere accanto una persona del genere completamente lucida, non come ho fatto io la prima volta.

In ultimo è bene tenere a portata di mano alcuni utili strumenti come acqua per l’idratazione, una coperta, musica diffusa (o in cuffia) per accompagnare il viaggio, una mascherina per gli occhi per sperimentare visioni riflessive più potenti. Infine, nell’eventualità, compresse di valeriana e maltodestrina nel caso si voglia uscire frettolosamente dal viaggio. Nelle ore successive è auspicabile parlare di tutto quello che è accaduto con una persona fidata, con l’assistente al viaggio o, perché no, col proprio psicoterapeuta.

Pericolosità del viaggio

L’opinione comune sugli allucinogeni è qualcosa del tipo “si vedono luci strane, visioni di frattali e allucinazioni che evocano mostri”. In realtà, l’esperienza in sé è molto diversa da quello che ci si aspetta e da tutto ciò che si può leggere sull’argomento. Molti non reagiscono bene nel passare all’improvviso da uno stato all’altro. È un po’ come un soldato che riceve teoria e pratica durante l’addestramento e poi si ritrova in una battaglia vera.

Gli psichedelici ti aprono il subconscio e tutto quello che ti è successo nella vita torna a visitarti. Tutto quello che hai represso e di cui hai deciso di non parlare potrebbe uscire fuori. È per questo motivo che, prima che fossero messi al bando, sono stati usati nella psicoterapia, in quanto strumento in grado di sbloccare persone da abitudini mentali e rendere i mostri del passato molto più accettabili.

Sebbene la scuola di pensiero, che trova utili gli psichedelici all’interno di un contesto terapeutico, affondi le sue radici nel boom psicanalitico degli anni ’50, questa credenza sta iniziando ad essere confermata dalle sperimentazioni cliniche. Uno degli usi più promettenti in questo senso si è riscontrato nei trial del MAPS, in cui viene amministrata MDMA a veterani con disturbo da stress post-traumatico. I ricercatori della Hopkins hanno invece scoperto che la psilocibina sembra essere particolarmente efficace nel lenire il terrore della morte nei pazienti terminali.

In ogni caso, questi test clinici stanno dando credito alla credenza sciamanica che ciò che molti vedono come un “bad trip”, un brutto viaggio sotto psichedelici, in realtà non sia affatto un’esperienza negativa. Esperienze psichedeliche come la dissoluzione dell’ego, che può essere indubbiamente terrificante per qualcuno che non l’ha mai provata, si stanno rivelando come una delle strade più efficaci per affrontare eventi traumatici. Perciò molti psiconauti e ricercatori come Darrick May hanno preferito abbandonare la terminologia del “bad trip”, preferendo invece la definizione di esperienze “difficili” o “impegnative”. Come dimostrato da varie ricerche della Hopkins e da innumerevoli testimonianze online, sono spesso le esperienze psichedeliche più strazianti a giovare maggiormente al fruitore.

La morte dell’ego

Ho citato l’espressione dissoluzione dell’ego, anche conosciuta come ego death, ossia la perdita completa o parziale dell’identità soggettiva costruita. Michael Pollan, l’autore del libro che mi ha spinto a fare il primo viaggio psichedelico, intervistato ha cercato di descrivere cosa sia questa punta spirituale che si può toccare durante un trip.

“Ho visto me stesso esplodere in tante piccole nuvole di post-it. Ero semplicemente foglie di carta. Percepivo questo stato da un qualche nuovo punto di vista vantaggioso che era completamente imperturbato da ciò che poteva accadere. Stavo percependo da una prospettiva completamente nuova, obiettiva, calma, senza barriere e libera. Ed io sono stato liberato dal mio ego. Il mio ego si è dissolto e io non ne ero spaventato, era un semplice modo per il quale tutte le cose dovrebbero essere, ed ero completamente riconciliato con questa visione”.

La maggior parte di noi crede di essere identica al nostro ego. Pensiamo sia semplicemente ciò che siamo. Apprendere che è non proprio così che stanno le cose, che c’è un’altro terreno nel quale poggiare i piedi e affrontare la vita, con meno barriere e meno difese, può far vacillare interamente il nostro corpo. Rimuovere il nostro ego è l’opposto del costruire muri contro altre persone, contro la natura, nella ricerca di un like su Facebook o dell’approvazione.

Molti psiconauti credono che il dissolvimento dell’ego conferisca una sorta di illuminazione, la stessa che molti meditatori esperti dicono di provare, che forse altre persone hanno sperimentato durante percorsi di psicoterapia. Gli psichedelici sono semplicemente delle maniglie può semplici da afferrare e girare.

In un modo che vede meno interferenze sociale e del nostro ego, Pollan suggerisce in che modo gli psichedelici possano donare una esperienza di profonda connessione alla natura, alle persone della tua vita. Questi canali sono spesso sinonimo di apertura mentale e di amore.

“Nel non fare sbagli, l’ego ha un grande valore. C’è un un motivo per cui ci siamo evoluti per avere l’ego, questo permette di perseguire gli obiettivi per la sopravvivenza e la riproduzione, e lo fa con grande successo. Ma ad un costo, a costo della disconnessione. Disconnessione con le altre persone, dalla natura e, per qualcuno, dalla divinità”.

Per Pollan questo è uno dei più interessanti fenomeni, quello in cui riconosciamo di avere a disposizione uno strumento, o una sostanza chimica, che può aiutare persone ad ottenere la dissoluzione dell’ego e che facendolo ha un enorme potere terapeutico. Se pensi alle persone che sono intrappolate in abitudini di pensiero, depresse o ansiose, molto spesso c’è un ego che racconta una storia distruttiva: “Non merito amore, non posso andare avanti senza bere o fumare sigarette, il mio lavoro è inutile”. Silenziare questa voce, o realizzare che è solo una delle tante voci, permette alle persone di tagliare vecchie abitudini di pensiero, distruttive o disfunzionali.

In un suo passo, l’autore americano conclude una sua esperienza psichedelica scrivendo: “Se quei frammenti di fungo essiccato mi hanno insegnato qualcosa, è che esistono, e sono accessibili, alcune forme di coscienza più strane; e per citare ancora William James, la loro stessa esistenza – quale che sia il loro significato – vieta una prematura chiusura dei conti che dobbiamo rendere alla realtà. Con la mente aperta e fatto di funghi: ecco come ero adesso pronto a riaprire miei conti con la realtà.”

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