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Cultura

Come nasce il coronavirus e perché siamo responsabili

22 Marzo 2020
coronavirus al microscopio

In un momento così critico, dove un nuovo virus sta contagiando migliaia di persone, alcuni scrittori si interrogano su come possano sorgere patogeni, ponendo al centro il rapporto tra uomo e ambiente

I virus esistono da tantissimo tempo, non sono di certo il prodotto del nostro mondo industrializzato. Ma qualcosa ha dato loro l’opportunità unica di riprodursi anche nei nostri corpi, sfruttando situazioni che hanno permesso il balzo da specie a specie.

Marburg, Lassa, Ebola, HIV-1, Hendra, Aviaria, SARS. Si potrebbe pensare che questa lista sia una sequenza di eventi tragici ma non correlati, una serie di sfortunate coincidenze che ci hanno colpito per motivi imperscrutabili. Calamità naturali alla pari di terremoti, eruzioni vulcaniche e meteoriti, di cui si possono forse minimizzare le conseguenze ma che rimangono inevitabili. C’è un però.

Nessun complotto, è solo colpa dell’uomo

Esiste una correlazione, e anche conclamata, tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra. Questa è la buona notizia. Oddio, buona è un parolone. Non è tanto la notizia ma la consapevolezza che abbiamo di questi dati ad essere qualcosa di buono. La cattiva notizia invece è che se non si ferma il modo in cui l’uomo si sta rapportando con l’ambiente e gli animali, allora saranno sempre guai

Questi virus vengono chiamati “zoonotici”, cioè tracimano da specie a specie, e sono lo specchio di una crisi planetaria ecologica. 

Come fanno questi patogeni a compiere il salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi? Per metterla nel modo più piano possibile: perché da un lato la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato. Ci sono quattro elementi da considerare. 

Ecosistemi compromessi

Le attività umane sono causa della disintegrazione di vari ecosistemi. Tutti sappiamo come ciò avvenga a grandi linee: la deforestazione, la costruzione di strade e infrastrutture, l’aumento degli allevamenti intensivi, il trasporto della fauna selvatica, l’attività mineraria, l’aumento degli insediamenti urbani e il consumo di suolo, l’inquinamento, lo sfruttamento insostenibile delle risorse ittiche, il cambiamento climatico e tutte le altre attività dell’uomo “civilizzato” che hanno conseguenze sul territorio.

Stiamo, in poche parole, sbriciolando tutti gli ecosistemi. Non è una novità recentissima. Gli esseri umani hanno praticato gran parte di queste attività per molto tempo, anche se a lungo con l’ausilio di semplici strumenti. Oggi però siamo più di sette miliardi e abbiamo per le mani moderne tecnologie, il che rende il nostro impatto ambientale globale insostenibile. Le foreste tropicali non sono l’unico ambiente in pericolo, ma sono di sicuro il più ricco di vita e il più complesso. In questi ecosistemi vivono milioni di specie, in gran parte sconosciute alla scienza moderna, non classificate o a malapena etichettate e poco comprese. 

 Virus che stanno al loro posto

Tra questi milioni di specie ignote ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti. Gli specialisti oggi usano il termine “virosfera” per identificare un universo di viventi che probabilmente fa impallidire per dimensione ogni altro gruppo. Molti virus, per esempio, abitano le foreste dell’Africa centrale, parassitando specifici batteri, animali, funghi o protisti, e questa specificità limita il loro raggio d’azione e la loro abbondanza. Ebola, Marburg, Lassa, il vaiolo delle scimmie e il precursore dell’HIV sono un campione minuscolo di quel che offre il menù, della miriade di altri virus non ancora scoperti che in alcuni casi stanno quieti dentro ospiti a loro volta ignoti. 

Tutti questi virus stanno al loro posto, all’interno di un equilibrio stabilito in millenni, o probabilmente milioni, di evoluzione storico-biologica.

Se decidiamo di compromettere un ecosistema così complesso lo facciamo a nostro rischio e pericolo. I virus, infatti, riescono a moltiplicarsi solo all’interno delle cellule vive di qualche altro organismo, in genere un animale o una pianta con cui hanno instaurato una relazione intima, antica e spesso di mutuo soccorso. Nella maggioranza dei casi, dunque, sono parassiti benevoli, che non riescono a vivere fuori del loro ospite e non fanno troppi danni. Ogni tanto uccidono una scimmia o un uccello qua e là, ma le loro carcasse vengono rapidamente metabolizzate dalla giungla. Gli uomini non se ne accorgono quasi mai. 

Uomo sempre più molesto

Oggi però la distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari. Laddove si abbattono alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie. Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa, un nuovo tipo di casa, o estinguersi. Dunque non ce l’hanno con noi, siamo noi a esser diventati molesti, visibili e assai abbondanti

“Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato” scrive lo storico William McNeill ” o di un batterio, vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili, che fino a poco tempo fa erano circa la metà di adesso, perché in venticinque-ventisette anni siamo raddoppiati di numero. Siamo un eccellente bersaglio per tutti quegli organismi in grado di adattarsi quel che basta per invaderci?” 

Allevamenti industriali

L’agricoltura e l’allevamento industriali, così come gli allevamenti domestici, possono costituire situazioni che permettono e facilitano la diffusione dei virus. È accaduto per esempio per il virus Nipah, nel 1998, in Malesia

L’allevamento su scala industriale dei suini e degli altri animali, che spesso ha dimensioni gigantesche, comporta costi e rischi per l’ambiente, e i salti di specie sono solo uno di questi. Se si ha intenzione di mangiare carne o pollame è meglio acquistarli da piccoli allevatori, che di solito lavorano in situazioni di maggiore equilibrio con l’ecosistema circostante. Resta il fatto che noi umani ci siamo riprodotti così tanto che è comunque impossibile produrre carne e pollame per tutti in modo “biologico” o comunque su piccola scala.

E’ il caso di fermarci?

Mettiamo un ulteriore carico alla spinosa questione e consideriamo come i mutamenti climatici possano favorire i processi di mescolamento. Molti insetti che prima non potevano proprio resistere in determinati territori, ora con non sono più impediti dal vivere o sopravvivere in certe aree del mondo.

Tutte queste considerazioni sono condivise dallo scrittore e divulgatore David Quammen, autore di Spillover, un libro divulgativo e narrativo dove non ci viene comunicata la nostra morte imminente ma mette in guardia tutti sui pericoli derivanti da questi simpatici esserini letali che stanno approfittando di tutte le strade privilegiate che stiamo loro servendo.

Intervistato di recente ha ammesso che, come specie umana, siamo troppo numerosi. Oltre sette miliardi di persone, e consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus. Una soluzione? “Dobbiamo ridurre velocemente il grado delle nostre alterazioni dell’ambiente, e ridimensionare gradualmente la dimensione della nostra popolazione e la nostra domanda di risorse”.

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