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Nel 1970 Lise Bourbeau faceva l’agente di commercio e non era particolarmente soddisfatta del lavoro con cui riempiva le giornate. Era debole e stanca, aveva qualche problemino a capire cosa volesse davvero dalla sua vita. Iniziò così a dedicarsi alla crescita personale e ad una battaglia in particolare: individuare quali sono le ferite che tutti noi possediamo e ci portiamo dietro fin dalla prima infanzia. Ad inizio anni ’90, oramai analista, Lise ha svolto un lavoro importante che ha influenzato e continua a influenzare molti professionisti nel settore della psicoterapia individuale e di gruppo. L’autrice francese riuscita ad identificare, all’interno della storia dell’uomo, cinque ferite fondamentali con cui l’essere umano prima o poi viene a contatto..

Le persone che hanno subìto una ferita nel loro passato saranno naturalmente portate a indossare una maschera che permetta di non provare dolore. Questa maschera da un lato permette di non mettere “il dito nella piaga” ma dall’altro impedisce di identificare questa ferita aperta, di accettarla e di guarirla. Secondo Lise Bourbeau la ferita emotiva può cicatrizzare soltanto facendola riemergere, senza nasconderla e senza aver paura di far riaffiorare il passato doloroso.

Il meccanismo di difesa

Le tattiche difensive che adottiamo, in un fase dove abbiamo ancora bisogno di sicurezza e protezione, nascono sempre da un movimento positivo. Prendi ad esempio il bambino che vive un momento di sofferenza: cercherà subito di attivare un movimento difensivo, quel movimento è la sua naturale risposta, rispetto al suo temperamento di base, per cavarsela in una brutta situazione. Quel tipo di risposta, che poi può diventare un problema più avanti nel tempo, è comunque il miglior adattamento che il bambino ha trovato in quel preciso momento.
Cosa succede a quel bambimo da grande? Ogni volta che una situazione dal profilo simile si presenterà ai suoi occhi, come un’elastico, verrà riportato a quell’episodio del passato mai completamente risolto. Adotterà così lo stesso meccanismo di difesa, che magari ora non serve più, e inutile o inefficace.

Detto ciò, ora non è il momento di bastonarti. Ricorda che, anche se riconosciamo di avere una reazione non equilibrata o un meccanismo di difesa non adeguato alle situazioni che oggi ci presenta il mondo, dobbiamo ricordare a noi stessi che quella modalità difensiva è stata funzionale in un tempo precedente, che può addirittura averci salvato la vita.
Un genitore violento che chiede a suo figlio di obbedire in silenzio e senza possibilità di repliche ovviamente farà crescere un bambino o compiacente o dolorosamente ribelle. Quella risposta del bambino, che in qualche modo rinnega il suo sé autentico, è comunque una risposta che gli salva la vita perché lo protegge da una scarica di mazzate. Userà quindi una maschera per difendersi, e con quella maschera si sentirà sempre protetto.

Probabilmente ti sarà capitato di rispondere di “impulso” in qualche occasione. Col tuo capo, con un tuo genitore o con la tua donna. Ad esempio un “no” incazzato detto con vigore perché semplicemente volevi scagliarti contro e attaccare quella persona. Una reazione, insomma, che ad un’analisi più attenta con te stesso, avrebbe potuto essere più flessibile ed equilibrata. In quel momento però è difficile ragionare e hai così sentito l’urgenza di difendere la tua identità con un confine alto e una reazione spropositata (che spesso può essere urla esasperate o mutismo assoluto).
Ok, cose che possono capitare, ma riflettici un attimo: se io sono stabile nella mia identità allora perché dovrei reagire in questo modo? Posso star tranquillo e mantenere un confine flessibile proprio perché sono sereno della mia identità. Non mi sento colpito né ferito da ciò che mi viene detto (a meno che non mi si tocchi la squadra del cuore).

Le cinque ferite

Passiamo velocemente in rassegna le ferite di cui parla l’autrice francese, se ti riconosci in qualcuna di queste forse varrà la pena approfondire l’argomento.
La prima ferita, la più antica, è la ferita del rifiuto a cui corrisponde la maschera del fuggitivo. Questa ferita nasce quando il bambino si sente rifiutato nel suo diritto a esistere. Da grande non riuscirà ad amarsi e condurrà così anche gli altri a non amarlo. Le persone con la ferita del rifiuto vorrebbero sempre stare nascoste, non troppo esposte. Fuggono dalle sfide. Spesso sono persone introspettive, dotate di una spiccata capacità di osservazione e di grande intuito. Il loro passato di bambini è segnato dal non essere stati accolti per come erano, ad esempio del sesso non desiderato dal genitore, situazioni di profonda non accettazione che però non hanno a che fare con l’abbandono.

Abbandono che, invece, è la seconda ferita della lista, nasce quando il bambino per non sentire il rifiuto diventa fuggitivo ed evitante. L’abbandono presuppone sempre un’allontanamento fisico, esempio classico è il bambino che viene separato dai genitori per motivi di lavoro o per liti familiari. Le persone che portano questa ferita anche da adulti difficilmente riescono a trascorrere del tempo da sole nella vita. Soffrono la solitudine e sono sempre alla ricerca di qualcuno che possa fare loro compagnia. Adottano la maschera del dipendente, colui che si aggrappa simbioticamente per non essere abbandonato.

La terza è la ferita dell’umiliazione a cui corrisponde la maschera del masochista. L’umiliazione è la ferita del bambino che viene continuamente vessato, sminuito, maltrattato emotivamente con un linguaggio che toglie valore costantemente. La risposta del bambino è una risposta “masochista” nel senso che il disvalore diventa così interiorizzato che la persona comincia ad auto-punirsi e a ricercare tutta una serie di situazioni nelle quali confermerà a sé stesso il suo disvalore. La ferita dell’umiliazione può portare a provare vergogna e senso di inferiorità. Ci potrà essere la tendenza a soddisfare prima di tutto le esigenze degli altri invece di dare la precedenza alle proprie necessità.

La ferita del tradimento presuppone la maschera del controllore, il bambino che ha vissuto il tradimento nell’aspettativa del genitore ideale ha ricevuto dal genitore una relazione nella quale lui viene un po’ meno alle promesse, agli impegni presi, in particolar modo quelli affettivi. La ferita emotiva del tradimento è fortemente legata alla fiducia che ad un certo punto è venuta a mancare. Se ad esempio una madre parla costantemente male di suo marito davanti a suo figlio (maschio) non gli permette di identificarsi con il maschio. In questa profonda aspettativa di amore mancato si attiva la maschera del controllore che tenta continuamente di “anticipare” il futuro, diventando estremamente controllante, si alzano le aspettative nella mia resa e quella degli altri. Chi, in età adulta, ha dentro di sé questa ferita pretende molto sia da sé stesso che dagli altri e non ama mostrare segni di debolezza.

L’ultima ferita è l’ingiustizia che attiva la maschera del rigido. Il bambino che sente la maschera del rigido è un bambino che non si è sentito riconoscere i meriti rispetto a quello che sentiva di avere. Questo può determinare il carattere rigido nella misura in cui la si instaura una forte esigenza di possedere sicurezza di stare nel giusto e di non sbagliare mai. Si consolida, inoltre, il bisogno di poter stare nella posizione del censore proprio perché il ferito di ingiustizia sa quanto è doloroso non sentire un comportamento equilibrato ed equo rispetto alla valutazione di se stessi e degli altri. Le persone che indossano questa maschera del rigido vivono troppo concentrate sul proprio dovere e si privano di molti piaceri perché credono di non meritare qualcosa di bello, e solo portando sempre a termine al meglio i propri compiti otterranno una sorta di riscatto.

Non identificarti con la tua ferita

“Io non sono la mia ferita, sono la mia ferita e anche moltro altro” perché questo ti permette di rispondere sempre con un meccanismo evolutivo e non di etichettamento.

La maschera può essere indossata sempre, qualche ora al giorno, in qualche situazione, in qualche momento di vita. La maschera è una costruzione dell’ego che, per difendersi dalla sofferenza, mette in piedi un meccanismo che è una sovrastruttura. Indossi qualcosa che non ti permette di vedere in maniera autentica quello che accade, quindi se hai ferita di rifiuto in un contesto nuovo si alza molto la preoccupazione di non essere accettato e di essere rifiutato. 

La maschera diventa una trappola quando si usa molto di frequente per coprire la ferita, quindi, anche se ti vuoi difendere, di fatto se indossi la maschera non permetti a nessuno di avere accesso a te, confermerai a te stesso che sei ancora scottato per qualcosa che ti è capitato in passato.

Cosa fare? Difficile a dirsi, in maniera generica sarà necessario, ad un certo punto, che tutte le persone ferite corrano un piccolo rischio, si tolgano la maschera, comunichino le loro preoccupazioni e siano quindi disponibili ad incontrare le altre persone pur con la paura legittima di non essere accettate. E’ così che, lentamente, si rimarginano le ferite. Le ferite guariscono quando sono esposte non quando sono coperte, perché la benda ci può servire per coprire la ferita nella parte più intensa ma poi sai bene che la ferita deve essere scoperta per cicatrizzare attraverso la luce e l’aria.

Avremo certamente la memoria della cicatrice ma non farà più male come prima perché è in uno stadio di cicatrizzazione ed evoluzione. Le esperienze correttive a questo servono: “io ti guardo, so che potresti rifiutarmi ma decido lo stesso di correre il rischio”.

Se vuoi approfondire l’argomento il testo di riferimento è il seguente: “Le cinque ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau

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